COWBOY BEBOP Callisto’s Blue Crow Fan Fiction

 

SHOCK AND SURPRISES

By Sara

“Che noia!” Faye allungò le gambe e le braccia restando stesa sul divano, poi girò la testa verso Jet, che lavorava al suo nuovo bonsai, sul tavolino.

“Potresti cercarti qualcosa da fare, per esempio… lavorare?” Affermò ironico lui.

“Ci sono cose più interessanti per passare il tempo.” Lo guardò maliziosa.

“Non con me!” Si affrettò a rispondere Jet; la ragazza rise, mentre si alzava a sedere.

“Tranquillo, quando vorrai cornificare la povera Mace, non lo farai certo con me!” Un rumore di oggetti caduti mise fine alla conversazione e fece voltare entrambi verso le scale.

“Accidenti, chi diavolo ha finito il dentifricio!” L’imprecazione di Spike, proveniva diritta dal bagno; poi i suoi passi sulle scale ed, infine, lo videro comparire sventolando il tubetto vuoto.

“Chi ha finito il dentifricio?”

“Lo ha usato Jet, per pulire la sua dentiera.” Rispose Faye.

“Io non ho la dentiera!” Protestò l’uomo con sguardo furente.

“Forza, confessate sarò magnanimo.” Insistette Spike con le mani sui fianchi; Faye e Jet si guardarono e poi tornarono ad osservare Spike.

“Spike, hai mai pensato di farti curare, dico per questa tua ossessione per l’igiene orale?” All’affermazione di Jet, Faye cominciò a ridere sguaiatamente.

“Voi due, siete da curare, ladri di dentifricio!” Gridò Spike, poi si voltò e, sempre lamentandosi, tornò in bagno. Faye guardò Jet, che aveva un’espressione un po’ stupita.

“Che ci vuoi fare, bisogna volergli bene come se fosse normale.” Affermò la ragazza allargando le braccia.

 

Erano passati alcuni minuti; Jet era andato nel suo stanzino, per potersi concentrare sul lavoro di potatura del bonsai, mentre Spike non si era rivisto. Faye aveva deciso di seguire il consiglio di Jet ed aveva cominciato a consultare la lista dei ricercati.

Spike comparve poco dopo, si sedette sulla poltrona e stese fra loro un quotidiano vecchio di almeno una settimana. Faye sorrise: voleva tenere il broncio, che lo facesse pure! Lei continuò a guardare lo schermo, non gli avrebbe dato soddisfazione.

Nella lista comparve un ricercato interessante: truffa aggravata, sei milioni di woolongs, Max Spiegel…

“Spike.” La ragazza lo chiamò, ma nessuna risposta giunse dalla sua parte. “Spike, cavolo!” Con un’espressione scocciatissima il ragazzo posò il giornale sul tavolo e la degnò di uno sguardo.

“Che c’è, principessa della rottura di palle.” Poi si avvicinò.

“E’ un tuo parente questo tizio?” Gli disse, mostrandogli la taglia sullo schermo; non era sicura che fosse vero, ma le parve di vedere Spike impallidire.

Il ragazzo si allontanò dallo schermo, dopo aver esaminato la scheda, e con un mezzo sorriso beffardo sulle labbra tornò a sedersi sulla poltrona, passandosi una mano tra i capelli; Faye l’osservava senza capire niente. Minuti di silenzio.

“Vuoi uscire con me, Faye?” Furono le prime parole ad uscire dalla sua bocca; lei lo guardò con lo stupore dipinto in faccia.

“Stai parlando con me?”

“Chi altro c’è nella stanza.” Ripose lui, comprendendo in un gesto tutto il soggiorno.

“Dove mi porti?”

“A bere.”

“Sono pronta!” Faye si alzò di scatto dal divano, lui lo fece più lentamente; in quel momento spuntò Jet, con il grembiule.

“Che volete per cena?” Gli chiese.

“Noi usciamo.” Gli rispose Faye, mentre seguiva Spike sulle scale.

“Tu e lui?” La ragazza annuì ed a Jet non restò che guardarli uscire, sperando che una mosca non entrasse nella sua bocca rimasta inspiegabilmente aperta.

 

Entrarono in un locale che sembrava, anzi era un ristorante, e di lusso, non certo uno di quei posti dove si beve forte, in cui Faye aveva immaginato l’avrebbe portata Spike.

“Siamo ancora chiusi.” Affermò una donna uscendo dal retro; quando vide Spike rimase immobile, come se avesse visto un fantasma.

“Ciao, Terry.” La donna parve rilassarsi ed abbassò lo sguardo sorridendo; aveva i capelli biondi ed occhi castani, sui trentacinque anni.

“Mi avevano detto che eri morto.”

“Un paio di volte.” Le rispose Faye; lei sorrise alla ragazza, poi tornò a guardare Spike, si avvicinò e gli carezzò la guancia. Faye era stupita della confidenza tra quei due, ma immaginò che si conoscessero da molto tempo.

“Dimmi, Spike, perché ti sei rifatto vivo, dopo tanto tempo?” Il ragazzo si sedette ad un tavolo ed accese una sigaretta, la donna lo imitò.

“Terry, quand’è stata l’ultima volta che hai visto Max?” Allora Faye aveva ragione, lo conosceva! La ragazza incrociò le braccia soddisfatta e si appoggiò al bancone del bar.

“Immaginavo che era per questo. Un paio d’anni fa.” Rispose la donna. “Mi lasciò un biglietto, sulla cassa vuota, con scritto che mi avrebbe restituito tutto al più presto.”

“Hai mai riavuto dei soldi da lui?”

“Nooo mai, e tu?”

“Scherzi.” Chiacchieravano sorridendosi; a Faye si stava aprendo tutto un mondo sconosciuto: il passato di Spike. Ma chi diavolo era questo Max?

“Ho anche saputo che è stato di nuovo dentro, un annetto fa.” Continuò Terry.

“Sai che novità. Ha passato metà della sua vita ad entrare e uscire dalle patrie galere…” Rispose Spike. “Terry, non sai dove lo posso trovare…” Aggiunse.

“Nei soliti posti, tesoro mio. Bische, bar malfamati ed il solito corollario di posti del genere.” Rispose la donna stringendosi nelle spalle.

“Grazie.” Spike si alzò. “Andiamo, Faye.” La ragazza si avvicinò pronta a seguirlo fuori dal locale; nel frattempo anche Terry si era alzata.

“Ah, Spike…” Lo richiamò. “Forse so dove lo puoi trovare.” Spike le tornò vicino. “Un suo vecchio compare ha aperto un bar, dove si gioca forte, a Nut Street.”

“Grazie ancora, Terry.” Spike le strinse le mani.

Faye, mentre lo seguiva per le strade della città, si chiese perché se l’era portata dietro; certo, questa storia di Max Spiegel l’aveva tirata fuori lei, ma non poteva essere un motivo sufficiente. Ormai era tardi per tornare indietro e, in ogni caso, niente le avrebbe impedito di sapere la verità su quell’uomo.

Entrarono nel locale, c’era un gran casino: era pieno di gente e l’aria era fumosa, anche avvicinarsi al bancone era arduo. Faye si sedette su uno sgabello, miracolosamente libero, mentre Spike si appoggiò al banco e cominciò a guardarsi intorno.

“Sei pronta a fare una partita, Faye.” Le disse dopo un po’ che erano arrivati; la ragazza lo guardò incuriosita. “Una partita a poker.” Allora era per questo che l’aveva portata; questo Max doveva essere uno cui piaceva giocare, avrebbe dovuto capirlo dai discorsi di Terry, e Spike era intenzionato ad usarla per agganciarlo.

“Forse sono un po’ arrugginita.” Affermò la ragazza, stirandosi le braccia.

“Vedrai che ti sciogli subito.” Rispose Spike. “Vedi quel tavolo laggiù.” Le indicò una combriccola piuttosto rumorosa. “Vedrai che non ti dicono di no, se chiedi di unirti a loro. Semmai, fai un po’ la smorfiosa, tanto dovrebbe riuscirti.” Lei lo guardò, indecisa se prendersela, poi si mosse in direzione del tavolo verde.

“Salve, ragazzi.” I cinque uomini al tavolo la guardarono, anzi la esaminarono attentamente. “Posso unirmi a voi, per una partita?” Chiese, usando il suo tono più seducente; era convinta che nessun uomo le poteva resistere se si metteva d’impegno. Tranne Spike.

“Ma prego!” Rispose uno di loro, alzandosi e cedendole il suo posto. “Sam, portami una sedia!” Faye guardò l’uomo che l’aveva fatta sedere: alto e magro, sulla cinquantina, capelli ancora folti.

“Piacere, Max.” Le porse la mano; lei gliela strinse.

“Faye.” Si presentò la ragazza. “Che bel nome, tesoruccio.” Le sorrise l’uomo, poi però il suo sguardo si spostò sulla sua scollatura; per un attimo a Faye parve che somigliasse a qualcuno che conosceva.

Giocavano da alcuni minuti, e Faye stava già vincendo, quando Spike si mise alle spalle di Max; lei lo guardò ed il ragazzo le fece cenno di non dire nulla. Faye e Max erano rimasti gli unici in gioco.

“Vedo cinquecento e rilancio di mille.” Affermò la ragazza, gettando le fiches sul tavolo.

“Ah, tesoro… mi metti nei guai!” Protestò Max. “Ecco qua!” Le mostrò le sue carte.

“Ho vinto di nuovo, mio caro Max!” Disse Faye allungandosi sul tavolo per arraffare la vincita; nel frattempo gli altri giocatori si erano alzati, lasciando liberi i posti, così Spike si era seduto accanto all’uomo.

“Ha un gran culo, eh?” Affermò l’uomo rivolto a Spike, ma senza guardarlo. “In tutti i sensi.” Aggiunse osservando l’estremità di Faye.

“Più che altro è furba.” A quelle parole, Max, si voltò, come se avesse riconosciuto una voce familiare; Spike stava seduto, con le gambe accavallate e le braccia incrociate, la sigaretta gli penzolava dalle labbra.

“Porca puttana, Spike!” Max sputò la sigaretta e lo abbracciò con impeto. “Sei vivo, allora mi avevano raccontato una storia!”

“Smettila, Max.” Spike lo allontanò da se, aveva smesso di sorridere.

“E che cavolo, non ti vedo da almeno sei anni, ti credevo morto. Permetti al tuo vecchio padre di abbracciarti!”

“Cosa!” Faye lo disse talmente forte che i due uomini si voltarono verso di lei; gli occhi le stavano per uscire dalle orbite. “Quest’uomo è tuo padre?!”

 

“Sì.” Rispose Max, prima che Spike potesse aprire bocca. “Non credi che ci somigliamo?” Sorrideva mentre stringeva Spike per le spalle.

“Vagamente…” Faye aveva ancora delle difficoltà nel fare discorsi logici.

“Max, tesorooo!” La squillante ed incisiva vocina proveniva da una procace ragazzetta, che si stava avvicinando a loro.

“Babe, stella! Vieni, vieni, che ti presento una persona.” La incitò Max; Spike si passò una mano tra i capelli e chinò il capo.

“Non ha perso il vizio.” Affermò; Faye, che nel frattempo aveva riacquistato l’autocontrollo, l’osservava fumando, con un sorriso ironico sulle labbra.

“Così anche il nostro cacciatore solitario ha una famiglia.” Gli disse lei, mentre dondolava la gamba accavallata.

“Smettila.” La ragazza ormai li aveva raggiunti e si era seduta in braccio a Max.  

“Babe stella, questo è mio figlio, Spike.” Affermò orgoglioso l’uomo, dando una pacca sulla spalla del ragazzo.

“Piacere.” La ragazza gli porse la mano, aveva delle unghie lunghissime; Spike gliela strinse. “Tu sei la sua ragazza?” Chiese poi, rivolta a Faye.

“Chi io? Nooo.” Rispose la ragazza agitando le mani.

“Siamo soci.” Spiegò Spike.

“Sì, dicono tutti così…” Affermò Max facendogli l’occhiolino; Spike alzò gli occhi al cielo.

“A proposito di soci, Max, all’entrata ti stavano cercando quei tizi… quelli di quella faccenda, sai…” Gli disse Babe, sempre che fosse il suo nome, con l’aria di non averci capito niente, e forse era così; Max si alzò di scatto, facendola quasi cadere.

“Forse è meglio che cambiamo aria, Spike.”

“Guai?” L’uomo annuì, ma il ragazzo aveva già capito. “C’è un’uscita sul retro?”

“Sì, di là.” Indicò la porta che conduceva alle toilette; insieme alle ragazze riuscirono ad uscire, proprio mentre arrivavano in sala tre brutti ceffi.

I quattro erano ormai a distanza di sicurezza dal locale, quando Max tirò un sospiro di sollievo, passandosi una mano tra i capelli.

“Chi sono quei tipi, Max?” Gli chiese Spike, mentre gli accendeva una sigaretta.

“Brutta gente, non ci si ragiona, sparano subito. Come te.” Il ragazzo lo guardò con rimprovero. “Poi ti spiego. Senti non è che avresti un posto dove io e Babe, possiamo stare per un paio di giorni?” Spike guardò Faye, che cominciò a scuotere la testa.

“No, no, Jet s’incazzerà con noi, lo sai com’è fatto. Oddio hai già deciso, vero?”

“Ah, Spike, per caso avresti 1500 woolongs da prestarmi?” Chiese Max al figlio; lui si voltò un po’ stupito.

“Non ce l’ho, ma se anche li avessi non te li darei. Mi devi ancora restituire quei mille che ti prestai una decina d’anni fa.”

“Davvero?”

“Sì, non ti ricordi? Dovevi pagarci un corso di campana tibetana, o roba del genere.” Max lo guardava con espressione interrogativa. “Non lo hai mai fatto, vero?”

“No, ma sembra una cosa interessante.” Rispose stringendosi nelle spalle; il figlio lo imitò ed in quel momento Faye, afferrò la somiglianza tra loro.

 

Quel rumore era sicuramente del portello scorrevole. Le lancette fosforescenti, del vecchio orologio di suo nonno, brillavano nel buio. Le tre e un quarto! Jet si alzò in fretta dal letto e raggiunse il soggiorno.

“Vi sembra questa l’ora di tornare!” Gridò. “Dove diavolo… e loro chi sono?” Chiese indicando i due ospiti misteriosi.

“Chiedilo a Spike, io non ho il coraggio di spiegartelo.” Rispose Faye chinando il capo; Jet rivolse immediatamente uno sguardo minaccioso all’altro socio, ma Spike non poté rispondere, perché intervenne Max.

“Piacere, sono Max Spiegel, il padre di Spike.” Si presentò porgendogli la mano; Faye era certa di aver sentito rotolare a terra uno dei bulbi oculari di Jet. L’uomo si voltò verso i suoi soci: Spike era serio, Faye invece sorrise e si strinse nelle spalle.

“Io sono Babe, la ragazza di Max.” Si presentò anche lei, con la sua assurda vocina; anche l’altro bulbo rotolò e Jet si voltò nuovamente, senza emettere parola.

“Possono restare un paio di giorni, Jet?” Lo pregò Spike.

“Non se ne parla proprio!” Rispose con forza l’uomo.

“Via…” Insistette Faye. “…se li fai restare contribuiranno alle spese.”

“Ma, veramente…” Provò a difendersi Max, ma Faye lo zittì con un gesto.

“Poi non c’è posto…” Jet era già meno duro, i ragazzi se lo stavano lavorando bene.

“Gli cedo la mia cuccetta, io dormirò sul divano.” Propose Spike. “Jet, è mio padre.”

“E va bene, ma non voglio casini, siamo intesi?” Concluse, mostrando l’indice ai suoi compagni; Max tirò un sospiro di sollievo.

Erano appena passate le quattro, e quasi tutti si erano sistemati; quando aveva lasciato il soggiorno, Jet era tornato a letto e Spike era andato a farsi una doccia, Max e Babe li aveva lasciati sul divano. Faye, adesso, si stava sfilando il fermacapelli seduta sul letto.

“Che cavolo state facendo!” La voce di Spike le fece fare un balzo; poi, senza pensarci due volte, raggiunse il soggiorno: Spike stava in mezzo alla stanza, con espressione severa, mentre sul divano c’erano Babe, con addosso un completino intimo di pizzo rosa shocking, e Max con i pantaloni slacciati!

Faye si rilassò e sorrise divertita: evidentemente il paparino era ancora arzillo, e non riusciva a trattenersi davanti alle grazie della sua stellina!

“Non cambierai mai, vero Max?” Lo rimproverò Spike. “Il gioco, le ragazze troppo giovani, eh?”

“Ascolta figliolo…è la mia vita.”

“Non chiamarmi figliolo. Ed era anche la mia vita, quando era mia madre che facevi soffrire, quando era me che facevi dormire nei corridoi degli hotel, e fuggire la mattina perché non avevi i soldi per pagare il conto.”

“Cerca di calmarti, Spike.” Lo blandì il padre.

“Sono calmissimo, sto solo cercando di dimenticarmi che sei qui, ma tu fai di tutto per ricordarmelo. Cristo, ti ho dato la mia cuccetta, ma perché state sul divano?”

“Adesso andiamo. Ecco…” Disse tirando fuori un sacchettino dalla tasca. “Fumati un po’ di questa, è roba di prima qualità! Così ti rilassi, eh?” Gli strizzò l’occhio, mettendogliela in mano; Spike la guardò.

“Ok.” Rispose chiudendo la mano. “Ma voi sgombrate.” Poi si allontanò verso la cucina; Faye, che aveva assistito a tutta la scena senza dire una parola, lo seguì.

“Non avrai intenzione di fumare davvero quella roba?”

“Certo.” Spike stava già preparando il cilindretto di carta. “Tanto l’avrà pagata con soldi prestati, che non restituirà mai, faccio solo finta che siano i miei!” Non faceva una piega. “Vuoi fare un tiro?” Le chiese.

“Non credo di aver mai fumato erba.” Affermò la ragazza, sedendosi accanto a lui. “Dicono che ogni volta che né fumi, ti parte un pezzo di cervello.” Aggiunse.

“Tanto noi siamo già messi male, dal quel punto di vista.” La ragazza rise, mentre lui le passava lo spinello; Faye aspirò il denso fumo e tossì violentemente.

 

“Che cosa devo fare con lui?” Chiese Spike, dopo un po’ che fumavano, rivolto più a se stesso che alla ragazza; lei lo guardò, poi tornò a fissare la parete.

“Tu almeno un padre ce l’hai, io non so neanche dove lo hanno sepolto, il mio.” Il dolore doveva essere ancora molto profondo, dentro di lei; Spike lo capì dalla sua espressione.

“Ma li hai visti?” Il ragazzo cercò subito di stemperare la tensione. “Sul divano, come due ragazzini!” Sorrideva ripensando alla scena; e dire che poco prima non gli era sembrata così divertente, forse era l’effetto della marijuana.

“Ed il completino di Babe. No, dico, lo hai visto?” Gli domandò Faye, anche lei sorrideva.

“Non ci ho fatto caso. Era così terribile?” L’effetto ridanciano continuava.

“Un pugno in un occhio!” Ormai ridevano sguaiatamente.

“Ma si può sapere perché non siete ancora a letto?” Il vocione di Jet li colse di sorpresa; Spike nascose lo spinello dietro la schiena. “E che cos’è quest’odore?” L’uomo annusava intensamente.

“Niente…” Ne Spike, ne tanto meno Faye riuscivano a smettere di ridere.

“Voi state fumando erba, sulla mia nave?”

“Nooo.”

“Non prendermi per il culo, Spike, lo conosco l’odore. Tirala fuori, subito!” Timidamente il ragazzo estrasse lo spinello; Jet l’afferrò senza dargli il tempo di reagire, poi si voltò ed uscì dalla cucina.

“Oh, dove cazzo vai?” Spike e Faye lo seguirono. “Non vorrai buttarlo nel gabinetto?!”

“Buona idea!” Mentre attraversavano il soggiorno, due teste arruffate spuntarono da dietro il tavolo: Max e Babe.

“Ma voi due siete ancora qui?” Gli chiese Spike.

“Eh, beh, sai… Ma non sarà mica la mia roba, quella che vuoi buttare?” Domandò l’uomo, rivolto a Jet, che teneva tra le dita la sostanza incriminata.

“Penso proprio di sì.” Rispose Jet.

“Ma mi è costata in sacco di soldi…”

“E’ vero, Jet. Restituiscila a lui, almeno.” Lo pregò Spike, ancora sorridendo; nel frattempo Faye, si sentiva la testa come un tamburo dopo un rito voodoo, così si appoggiò ad una parete.

“Tu stai zitto.” Rispose a Spike. “Non sei in grado di ragionare, hai appena fumato una canna.” Detto questo allungò il passo verso il gabinetto e niente riuscì a fermarlo, nemmeno il povero Max, con i pantaloni ancora abbassati.

Max e Babe furono costretti da Jet, una volta fatta sparire la marijuana, ad andare nella cuccetta, possibilmente chiudendo la porta; per i due colpevoli di uso di sostanze stupefacenti all’interno del Bebop, Jet non sprecò parole di rimprovero, ma gli lanciò uno sguardo da far paura e li abbandonò nel soggiorno.

“Cavolo, questa volta l’abbiamo combinata grossa, eh Faye?” Ancora sorridendo Spike si voltò indietro, verso la ragazza.

Una mano di Faye gli passò dietro il collo e si ritrovò le labbra della ragazza sulle sue; non sapeva come reagire, gli effetti della marijuana gli impedivano ancora un processo di ragionamento logico, ma lei insisteva. Non voleva baciarla, ma non era neanche sicuro che stesse succedendo davvero; decise di rilassarsi, per permettere a Faye di baciarlo come si deve, per capire se era vero, oppure no.

Sentì le labbra della ragazza bagnare le sue: erano calde, sapevano di caramella, e soprattutto erano vere; quello non poteva in nessun modo essere un effetto della droga. La spinse via.

“Che diavolo fai!” Lei l’osservo per un istante, come se non sapesse in che modo reagire, poi si riprese.

“Non lo so, ho appena fumato una canna!” Gli rispose ed immediatamente si voltò, allontanandosi verso le cuccette. Spike rimase fermo, in piedi, non ancora sicuro che quella scena fosse successa davvero.

 

Il mattino dopo, Spike, entrò in cucina con un colorito cadaverico; Jet l’osservò e non riuscì a trattenere un sorriso compiaciuto: così imparava a fumare erba sulla sua nave!

“Vuoi mangiare qualcosa?” Gli chiese, con sadico piacere; l’espressione disgustata di Spike valeva la pena.

“Caffè?” Ribatte l’amico.

“Finito, c’è del tè cinese… se vuoi.”

“Vada per il tè.”  Ma c’era anche qualcos’altro nel suo atteggiamento che non andava; Jet si voltò verso il fornello.

“Hai la faccia come il culo di un gatto, Spike.” Gli disse. “Dai, caga il rospo.” Il ragazzo lo guardò, non era sicuro di volergli rispondere.

“Ieri notte, Faye mi ha baciato.”

“Porca…” Jet si voltò verso di lui, poi chinò il capo e sorrise sornione. “Te lo dovevi immaginare che prima o poi sarebbe successo. Questa storia di tuo padre, la droga, le tue difese erano abbassate e lei ne ha approfittato.” Si strinse nelle spalle.

“E’ che mi ha colto di sorpresa…”

“Beh, altrimenti non ci sarebbe riuscita. Le devo fare i miei complimenti.”

“Cazzo, Jet, non è mica una rapina in banca!” Affermò Spike appoggiandosi alla parete ed incrociando le braccia.

“Ammettilo, non l’avresti mai baciata se non avesse preso l’iniziativa lei.” Continuò Jet.

“Certo che no! Ma poi, perché lo ha fatto...”

“E’ innamorata di te.”

“Questo lo so, ma io…”

“Non hai ancora dimenticato Julia.”

“E non la dimenticherò mai, ma non è questo. È che io non credo Faye sia la scelta giusta, lavoriamo insieme, se avessimo una storia e dovesse finire, come convivremmo poi?”

“Non è un discorso che puoi fare a lei, l’amore non ha l’interruttore OFF, dovresti saperlo.” Rispose Jet. “E comunque, quando si ama davvero, non ci si pongono domande sul domani, ma si affrontano i problemi man mano che si presentano.”

“Io non credo di essere innamorato di lei.”

“Se ne sei certo, allora metti subito le cose in chiaro. Per lei sarà dura all’inizio, ma poi si riprenderà. O, altrimenti, continua con questo tuo comportamento ambiguo e illudila, così vediamo come va a finire.” Spike aveva girato la testa dall’altra parte, ed ora aveva l’aria di stare riflettendo sulle parole dell’amico. La discussione pareva finita, così Jet rivolse la sua attenzione di nuovo ai fornelli.

 

“Oh… scusa, non credevo ci fosse qualcuno.” Faye era entrata in bagno convinta che fosse vuoto, invece c’era Max, davanti allo specchio che si faceva la barba. “Me ne vado subito.”

“No, aspetta, ho quasi finito.” Così la ragazza si appoggiò allo stipite; Max l’osservava riflessa nello specchio.

“Ma veramente non state insieme, tu e mio figlio?” Le domandò.

“Sì, è così.”

“Peccato, siete una bella coppia.” La lametta toglieva con precisione il sapone dal suo viso. “E’ un bravo ragazzo.”

“Bisogna vedere che cosa intendi tu, per bravo ragazzo.” Max fece un sorriso un po’ sbilenco nello specchio.

“Sono orgoglioso di lui. Forse non sono stato un bravo padre, un padre presente…” Parlava tenendo le mani posate sul bordo del lavandino. “…ma ti assicuro Faye, gli ho sempre voluto bene.” Sembrava serio.

“Ne sono certa.”

“Ed anche a sua madre.” Stava terminando di rasarsi.

“Parlami un po’ di lei.” Gli chiese la ragazza; lui si voltò asciugandosi il viso e si appoggiò al lavandino, il suo modo di fare dinoccolato somigliava molto a quello di Spike.

“La madre di Spike è stata l’unica donna che abbia veramente amato. Era bella, era sexy e intelligente, ti diceva sempre le cose in faccia, anche se facevano male, non c’erano mezze misure con lei.”

“Credo di conoscere qualcuno che le somiglia.” I due si sorrisero.

“E’ vero, anche lui è un po’ così, ma con più senso dell’umorismo. Hellen era troppo seria, ma era così bella quando teneva il broncio…” Affermò levando gli occhi al cielo. “Non andai al suo funerale. Spike me lo ha sempre rimproverato. Non mi ama molto, eh?”

“Ma no, sono convinta che in fondo ti vuole bene. È solo che, forse, ha perso un po’ di stima nei tuoi confronti.” Replicò Faye.

“Ed io non ho fatto niente per recuperarla.” Il tono di Max era un po’ sconsolato; Faye si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla.

“E’ solo la vita, Max.” Spiegò la ragazza. “Il destino ci unisce e noi, con la nostra incapacità di mostrare i sentimenti, finiamo per dividerci.”

“E che cosa dovremmo fare, secondo te?” Le domandò l’uomo.

“Ci vorrebbe un po’ più di fiducia negl’altri, l’ho capito da poco, ma io sono la prima a non averne perché ho paura di soffrire, è molto difficile…” Faye chinò il capo.

“Se gli vuoi bene, dovresti dirglielo.” Le consigliò Max. “Io faccio sempre così, e fino ad oggi ha sempre funzionato.” Le sorrise e lei fece altrettanto.

“Sembra facile, Max, ma non credo di avere energie sufficienti a scalare la sua torre d’avorio!”

“Era così anche sua madre. Non sai quanto ho dovuto penare per conquistarla, e non sono neanche certo di esserci riuscito davvero!” Max, ormai, era fuori dal bagno; la ragazza lo guardava sorridendo.

“Grazie, Max.”

“E di che, dolcezza. Se lui non si decide fammi un fischio, sono sempre disponibile per le femmine di razza!”

“Sparisci!”

 

Max sorrideva ancora, mentre saliva le scale; quando arrivò in cima si trovò davanti Spike. Il ragazzo assunse un aria seria.

“Buongiorno!”

“C’è qualcuno un bagno?” Gli chiese il figlio, senza rispondere al saluto.

“Faye.”

“Ah, bene!” Spike si passò una mano tra i capelli. “Se voglio lavarmi i denti prima del tramonto, dovrò farlo con la pompa nell’hangar.”

“Spike.” Il ragazzo si decise a guardarlo negli occhi. “Volevo chiederti scusa per ieri sera.”

“Non importa.” Rispose lui. “Non sei mai stato capace di contenere i bollenti spiriti.” Concluse allargando le braccia; Max era andato a sedersi sul divano.

“Senti, tanto che aspetto…” Disse Spike, mentre accendeva una sigaretta e si sedeva di fronte al padre. “…non mi hai poi spiegato che cosa volevano da te, quei tizi di ieri sera.”

“Bah… è una faccenda un po’ lunga…” Rispose Max.

“Ho tempo.” Insistette Spike, appoggiandosi alla spalliera della poltrona. “Si tratta della truffa, vero?” Aggiunse.

“Sì. È andata così…” Cominciò a raccontare. “… Io ed un altro tizio, ci siamo offerti di fare da intermediari per una partita di droga, piuttosto grossa. Durante la trattativa noi…”

“Vi siete presi il denaro ed avete lasciato i trafficanti con un palmo di naso.” Fu Spike a terminare la frase.

“Proprio così! Sei perspicace.” Commentò Max. “Ma non è finita lì. Quelli che portavano la droga erano della polizia, era un piano per incastrare gli altri, così ci hanno accusati della truffa.” L’uomo si strinse nelle spalle.

“E, nel frattempo, i trafficanti vi cercavano per riprendere i soldi e magari farvi la pelle.”

“Già.”

“Ed il tuo compare che fine ha fatto?”

“Lui lo hanno beccato. E non la polizia, sfortunatamente.”

“Sei nei guai, Max.” Sentenziò Spike guardandolo, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani incrociate sotto il mento.

“Grazie, non me n’ero accorto da solo.” Replicò ironico il padre.

“Tu lo sai chi sono i compratori, quelli che voleva prendere la polizia?”

“Beh, certo. Li conosco benissimo.”

“Allora sai cosa devi fare? Devi costituirti e fornire le informazioni alla polizia per prenderli.” Gli consigliò il figlio.

“Scherzi, questo da te non me lo sarei aspettato!” Replicò Max, alzandosi in piedi. “Credevo fossi un uomo d’azione.”

“Lo sono ancora, ma…” Lo sguardo di Spike era duro. “…ti preferisco vivo in prigione, che morto fuori.”

“Non ci torno dentro, Spike!”

“Fai come ti pare, ma sappi che non ho intenzione di rompermi il culo per toglierti dai guai, l’ho già fatto troppe volte.” Il ragazzo incrociò le braccia e distolse lo sguardo dal padre.

“Fanculo.” Max lasciò il soggiorno.

Fu in quel momento che Spike si accorse di Faye; la ragazza era salita dal bagno e, probabilmente aveva ascoltato tutta la discussione tra lui e suo padre.

“Beh, che c’è?” Le domandò.

“Niente.” Ma nel suo sguardo c’era la condanna al suo comportamento nei confronti del padre; in quegl’occhi c’era scritto: vergognati! Era comunque deciso a non farsi più trascinare nelle assurde crociate di Max.

 

Era passata qualche ora da quando Spike aveva discusso col padre; durante quel periodo, il ragazzo, si era messo a lavorare allo Swordfish, cercando di schiarirsi le idee: forse Faye aveva ragione, era stato troppo duro con lui. Decise di parlargli, e soprattutto di spiegargli che era per il suo bene, se voleva che si costituisse.

“Jet.” Spike era entrato nella stanza dove l’amico teneva i suoi bonsai. “Hai visto Max?” Gli chiese.

“Non lo vedo da stamattina.” Rispose Jet, continuando a potare un alberello.

“Grazie.” Jet si voltò, ma Spike era già andato via.

Il ragazzo percorse il corridoio che conduceva alle cuccette con un passo più veloce del solito; se li becco uno sull’altro anche stamattina, lo uccido, pensava. Premette il pulsante per l’apertura della porta, ma dentro la stanza non c’era nessuno; Spike rimase un po’ stupito, ma subito un pensiero si fece strada nel suo cervello.

“Faye!” Cominciò a chiamarla a voce alta. “Faye!”

“Eccomi, che c’è!” Rispose la ragazza, spuntando dalla sua stanza.

“Da quanto non vedi Max?”

“Da stamattina, quando ti ha mandato a f…”

“Porca puttana!” Gridò Spike, mettendosi le mani nei capelli. “Lo sapevo!” Il ragazzo fece un giro su se stesso e ritornò in soggiorno.

“Spike, ma che succede?” Gli chiese Faye seguendolo; Spike stava controllando la pistola.

“Che stai facendo?” Domandò Jet che li aveva raggiunti.

“Questa volta mi ha fatto veramente perdere la pazienza, quando lo prendo gli faccio il culo!” Affermò, guardando nel mirino della sua Jericho.

“Non vorrai consegnarlo alla polizia, vero Spike?” Chiese allarmata Faye.

“E perché no! Così riscuoto anche la taglia, coprendo i debiti che ha con me da vent’anni!” Detto questo, abbandonò i suoi soci dov’erano, e si apprestò a cacciare suo padre.

“Non possiamo lasciarglielo fare, Jet!” La ragazza si voltò verso il robusto amico, sembrava preoccupata.

“Se credi di poterglielo impedire, non lo conosci, Faye.” Rispose lui, con tono rassegnato.

“Almeno ci provò. È suo padre, non può comportarsi così.” Mentre lo diceva era già sulle scale.

“Aspetta!” Ma Jet non fece in tempo a fermarla.

L’uomo pensava di capire lo stato d’animo della ragazza: aveva perduto, i genitori senza poterli neanche salutare nel modo giusto, ed ora non poteva comprendere una persona che non amava il proprio padre. Certo, anche Spike aveva le sue ragioni, ma Jet, era convinto che, in fondo, c’era dell’affetto per quell’uomo, nel cuore del suo amico; stava a lui riuscire a tirarlo fuori.

 

“Max.” Era stata dura, ma finalmente l’aveva trovato; come non riconoscere, infatti, la figura magra del padre appoggiato a quel bancone.

“Oh, che cazzo fai con quell’affare?” Gli domandò dopo essersi voltato, indicando la pistola che il figlio gli puntava contro.

“Ti porto alla polizia.” Ripose Spike.

“Cosa? Ma allora sei proprio stronzo…” Il primo proiettile passò in mezzo a loro, andando a conficcarsi nella mensola delle bottiglie, dietro al banco e provocando un rumore di vetri rotti.

“Cazzo!” Affermarono all’unisono, guardandosi negli occhi; poi saltarono il bancone, mentre gli altri clienti del bar cercavano di scappare.

“Mi hanno trovato.”

“Ah sì, e che speravi. Ti sei scoperto, Max.”

“Dobbiamo andarcene, Spike, oddio mi gira la testa…”

“E a me girano le palle, come la mettiamo?” Il padre osservò il suo sorrisetto ironico.

“Ma quanto siamo spiritosi, oggi. Ti pare il momento Spike?!” Il figlio era ora impegnato a rispondere al fuoco e non poteva ribattere subito; i colpi si facevano sempre più pressanti e Max, tenendo il capo tra le ginocchia, sentì almeno due voci diverse gridare di dolore: cavolo, suo figlio aveva proprio una bella mira!

Max rialzò la testa e vide che la porta sul retro era a portata di mano, così afferrò Spike per i pantaloni, per attirare la sua attenzione.

“Spike.” Il ragazzo si voltò e vide anche lui la porta.

“Vai!” Lo incitò.

“E tu?”

“Ti seguo coprendoti le spalle, ora vai!” Lo spinse.

Erano ormai nel vicolo, ma i loro inseguitori non demordevano, così Spike e Max erano costretti a correre ed a nascondersi dietro le cantonate dei palazzi, per rispondere al fuoco.

“Ma guarda cosa mi doveva capitare!” Si lamentò Max.

“Il mal voluto non è mai troppo.” Rispose ironico Spike, mentre controllava la traiettoria dei colpi.

“Fortuna che ho un figlio mafioso!” Avevano ricominciato a correre, ma Spike lo guardò lo stesso con rimprovero.

“Non sono un mafioso.”

“Non più. E pensare che io non ho mai preso in mano una pistola!”

“Che fortuna!” Spike notò che Max cominciava ad avere il fiatone, ma c’erano ancora due uomini che li inseguivano.

“Sappi, figliolo, che io non ero d’accordo nel farti crescere in quell’ambiente. Lo dissi a tua madre, ma lei ribatté che Mao Yenrai era tanto una brava persona…” Max prese un respiro più intenso. “…sarà…” Spike lo guardò: si vede che Max non lo aveva conosciuto bene, perché Mao era veramente una brava persona; mafioso, ma di buon cuore.

“Porca…” Spike si era accorto troppo tardi di aver imboccato una strada senza uscita; si voltò verso il padre, sembrava esausto.

“Io non ce la faccio a saltare il muro, e che cavolo, non ho più la tua età!”

“Non preoccuparti sono solo due.” Rispose il figlio, ma si sbagliava, perché gli uomini che gli stavano venendo incontro erano tre. Siamo nella merda, pensò Spike, ma in quel momento sentì un rumore familiare, sembrava il…

“Faye!”

“Cosa?” Max non riuscì a capire di cosa parlasse il figlio, finché non vide il Redtail planare dietro ai loro inseguitori.

“Ciao, tesorucci. Adesso gettate le pistole, o farò un bel servizietto ai vostri sederini!” L'allusoria battuta proveniva dall’altoparlante del pod; Max tirò un sospiro di sollievo.

 

I tre uomini finirono ammanettati intorno ad un pilone della luce, mentre Spike e Max, vicino al Redtail, continuavano la loro discussione sotto gli occhi di Faye.

“Ma si può sapere come cazzo fai a metterti sempre nei guai?” Domandò il ragazzo.

“Esattamente come fai tu.” Gli rispose il padre.

“Quelli potevano fare la pelle a tutti e due!”

“Ma siamo vivi, e non certo per merito tuo.” Max sorrise a Faye, che ricambiò incerta.

“Senti, ho fatto il possibile, e poi la colpa è solo tua se ci hanno sparato addosso!” La ragazza spostava lo sguardo da uno all’altro, non accennavano a farla finita.

“Ma…” Max stava per ribattere.

“Adesso basta!” Gridò Faye. “Io non posso più sentirvi litigare così!” La ragazza si mise tra loro. “Siete padre e figlio, è mai possibile che non riusciate ad andare d’accordo?” I due uomini la fissarono stupiti.

“Io darei chissà cosa per avere ancora mio padre, e voi, invece, passate il tempo a beccarvi, vi odio!” continuò Faye. “Accidenti! Ammettetelo, vi volete bene. Allora perché non ve lo dite, siete due stupidi!” La ragazza passò in mezzo a loro, aveva gli occhi lucidi, e si allontanò in fretta; Spike e Max si guardarono.

“E ora che facciamo?” Chiese Max.

“Cavolo… e che ne so.” Spike chinò la testa e diede un calcio ad un sasso, tenendo le mani in tasca.

“Io non le posso vedere le donne che piangono, mi sa che dovremo fare la pace.” Il figlio rialzò la testa.

“Mi fai penare ogni volta, Max.”

“Mi dispiace, Spike, ma anche tu non scherzi, eh?” Il figlio sorrise. “Cavolo, quanto somigli a tua madre, quando sorridi così. Vieni qua, maledetto, fatti abbracciare!” Max lo aveva già circondato con le braccia, così Spike non poté fare a meno di rispondere all’abbraccio del padre; ma gli fece piacere.

Faye li guardava da lontano, sorridendo; era felice per loro, ma un po’ invidiosa: desiderava tanto qualcuno che l’amasse, e le mancavano immensamente i suoi genitori.

 

La stazione della polizia era un edificio chiaro; molte persone andavano e venivano sulle scale, mentre Spike, Max e Faye si stavano salutando.

“Allora hai deciso?”

“Sì, se continuo a restare in giro, rischio che mi facciano la pelle. E poi, così avrò un po’ di tempo per pensare alla mia vita.” Rispose Max. “Verrai ogni tanto a farti vedere?”

“Te lo faccio sapere.” Spike aveva il suo solito sorriso sbilenco.

“Adesso allontanati un po’, che devo salutare la mia nuova conquista!” Affermò Max, avvicinandosi a Faye.

“Stupido.” Gli disse la ragazza; lui le passò un braccio intorno alle spalle, portandola a qualche passo da Spike.

“Grazie, dolcezza.”

“E di che?”

“Non so se lo hai fatto volontariamente, ma mi hai riavvicinato a mio figlio, e perciò ti dico grazie.” Le sussurrò l’uomo.

“Non devi ringraziarmi di niente, lo avreste fatto anche da soli.” Rispose Faye, scuotendo la testa.

“Forse non lo hai ancora capito, ma sei una persona speciale.”

“Ora ti devo ringraziare io! Che complimentone.” Gli sorrise la ragazza.

“Addio, Faye.”

“Arrivederci a presto, Max.” La ragazza gli buttò le braccia al collo e lo baciò sulla guancia.

“Oddio, qualcuno sarà geloso…”

“Non ti preoccupare, nessuno lo sarà... Ah, Max, una curiosità, ma Babe che fine ha fatto?”

“L’ho mandata a casa. Ciao.” L’uomo si allontanò, in direzione dei due poliziotti che lo stavano aspettando, passando davanti al figlio. I due si guardarono ancora una volta negl’occhi.

“Ti voglio bene, Spike.”

“Anch’io ti voglio bene… papà.” Max gli sorrise, erano molti anni che non lo chiamava così; i poliziotti lo portarono via, Faye lo salutò un’ultima volta con la mano, mentre spariva dentro l’edificio.

Il cielo infuocato dal tramonto e la terra rossa di Marte s’incontravano, mentre Spike e Faye tornavano all’attracco del Bebop, camminando sul lungomare.

“Hey, tu!” Spike chiamò la ragazza, che lo precedeva lungo il marciapiede.

“Dici a me?” Domandò la ragazza, voltandosi verso di lui.

“C’è qualcun altro qui intorno?”

“C’è quel tizio laggiù, vicino all’edicola…” Indicò Faye, facendolo voltare. “…oppure quella signora col passeggino…”

“Smettila, e vieni qua.” Le ordinò, con la solita aria pigra; la ragazza si avvicinò di qualche passo. “Più vicino.” Faye si spostò ancora un po’, fino a raggiungere Spike.

“Ma si può sapere che cosa vuoi…” Non poté terminare la frase perché Spike si piegò, avvicinando il viso al suo, mentre le passava un braccio intorno alla vita; Faye sentiva di stare per perdere il controllo.

Quando le labbra di Spike si posarono sulle sue, la ragazza, non capiva già più niente. Perché non era come quella sera della marijuana, questo era un bacio vero, quello quasi non lo ricordava; questo era un bacio che lei desiderava da tanto tempo. Faye passò le braccia intorno al collo di Spike, stringendolo a se: avrebbe fatto durare quel momento il più a lungo possibile. Sentiva il suo calore contro di se, ciò che divideva i loro corpi non erano che pochi centimetri di stoffa, ma era come se non ci fossero.

Poi, lentamente, la profondità del gesto diminuì; Spike, infine, le diede un piccolo bacio sul labbro superiore e la lasciò. Faye aveva già riaperto gli occhi: voleva essere sicura che era tutto vero, che Spike l’aveva baciata sul serio; lui la guardò e sorrise.

“Ma… perché?” Fu tutto ciò che Faye riuscì a chiedergli; Spike si strinse nelle spalle, tenendo le mani in tasca, poi ricominciò a camminare.

“Mm… fondamentalmente per due motivi. Uno, ti volevo ringraziare per avermi aperto gli occhi, riguardo a mio padre…” Le rispose. “… e due…” Si voltò verso di lei. “mi dovevo vendicare dell’altra sera.” Sorrise.

“E che cavolo di vendetta sarebbe?” Domandò la ragazza incrociando le braccia.

“Ti ho pagato con la stessa moneta.”

“Però, mi sembra, che nessuno dei due ci abbia rimesso.”

“Se lo dici tu.” Spike riprese a camminare e lei lo seguì; Faye osservava il passo morbido e la postura leggermente incurvata del ragazzo e si accorse di stare sorridendo.

“E dimmi, dove avresti imparato a baciare?” Gli chiese, affiancandolo.

“Esperienza sul campo, mia cara.”

“Non vantarti troppo, che cosa credi…” Spike la guardò, con ironico stupore.

“Perché, ne hai provati di migliori?”

“Non sai quanti.”

“Ah, sì?”

“Sì.” Spike la fissò sollevando un sopracciglio, lei gli sorrise e lui capì che lo prendeva in giro.

Il sole, ormai, era stato inghiottito dalle montagne marziane, e la risacca colpiva il parapetto del lungomare, mentre la familiare sagoma del Bebop si stagliava all’orizzonte.

 

SEE YOU SPACE COWBOY